Sempre sulla cresta dell'onda
Era destinato a diventare un campione del surf con la passione per la chitarra. Poi a 17 anni ha subito un brutto incidente che ha invertito le priorità della sua vita. Così l'hawaiano, da asso della tavola, è diventato un musicista da hit parade
Basta uno sguardo per capire che in lui s'incarna perfettamente la spensieratezza del saluto aloha. «Sapete che cosa penso? Ci affanniamo
troppo, ci spremiamo fino alla buccia e non consideriamo che è la vita a portarci nella direzione che vuole. E magari, senza volerlo, scopriamo che è quella giusta». Occhi sereni, imperturbabilità da filosofo rilegata in pelle abbronzata e scalfita dal sole delle sue Hawaii, jack Johnson è il ritratto dalla pacatezza.
In lui non c'è traccia né
della rockstar con l'inseparabile chitarra in mano che sta vendendo milioni di dischi in tutto il Mondo, né dell'ex pro surfer che a 17 anni ha rischiato la vita schiantandosi contro una roccia durante i Pipeline Masters, una delle prove
più temute e rispettate da qualsiasi professionista della tavola. Il risultato fu testa rotta e carriera frantumata. «Fu un'esperienza orribile. Stavo cavalcando in mare, quando un'onda mi sbalzò contro il vicino scoglio. Non ebbi nemmeno il tempo di accorgermene e mi ritrovai sbattuto di testa contro la roccia. Svenni, e se non mi avessero soccorso immediatamente probabilmente non avreste mai sentito nulla della mia musica». Un tiro mancino di quel Fato che sembra essersi accanito per vendetta contro l'ex enfant prodíge nato sulla costa nord dell'isola di Oahu.
«A volte penso che effettivamente sia stata una vendetta del Fato, che mi ha voluto bastonare per aver osato sfidare la Pipeline all'età di io anni. Mio padre, Jeff Johnson, era un famoso surfer, forse il più conosciuto di tutte le isole, e non appena imparai a camminare mi infilò una tavola
sotto i piedi. A 5 anni gareggiavo già».
In quelli successivi, con l'incoscienza dei ragazzini, jack Johnson provò addirittura a confrontarsi con le figure più rischiose negli spot riservati ai veri esperti. «Mi sentivo coraggioso. Quasi invincibile».
Ed era anche molto, molto bravo, tanto
da intascare un contratto di sponsorizzazione con la Quicksilver a 15 anni e competere testa a testa con pro affermati (Johnny Bo Gomes, Liam McNamara e Michael Ho) nelle gare del circuito. «Poi l'incidente, che in un colpo solo mise fine a tutte le ambizioni. Se ci ripenso ora, però, cerco di razionalizzare, di eliminare i dettagli brutti e considerare solo il buono che è venuto di conseguenza. Come la mia musica e le altre passioni che ho sviluppato durante la convalescenza». Nel periodo di stop forzato, infatti, Johnson non si perse d'animo
e, anzi, pose le basi per la sua carriera "alternativa", la stessa che di lì a poco, da progetto parallelo, si trasformò in attività principale. «Sì, la musica già faceva un po' parte della mia vita allora, del resto suono la chitarra da quando avevo 14 anni e sono cresciuto con Nick Drake, Bob Dylan e Bob Marley nelle orecchie, ma per la verità in quel periodo mi buttai di prepotenza nel cinema. haltra mia grande passione». E quasi a elaborazione del lutto in corso, jack Hody Johnson riassunse i suoi talenti per fotografia, surf, regia e composizione in due documentari sul surf (Thicker `I'hanWater del'99 e`Ihe September Sessíons del z,ooo), che rimangono due ottimi compendi alla vita dei cavalieri delle onde. «Con quei due film cercai senza dubbio di tirarmi fuori dallo stress dell'infortunio sentendomi sempre parte del mondo del surf, che avevo vissuto attivamente sino a quel momento. Il primo film è programmatico: un tentativo di dimostrarmi più tosto dell'acqua che per un pelo non mi aveva ammazzato. Il secondo è un documentario più equilibrato sulla quotidianità di quattro professionisti in un periodo della stagione dedicato ai test, quando cioè a settembre, nell'off season, ci si ritrova spesso a provare trick nuovi o semplicemente a surfare senza schema». La pellicola divenne un culto tra gli amanti della tavola e si aggiudicò persino il premio popolare della rivista The Surfer come miglior film dell'anno a tema. «In quel periodo, al college, iniziai anche a comporre musica per i fatti miei. Passavo molto tempo con la chitarra in mano senza sapere bene cosa ne avrei ottenuto e d'estate, per tenermi in forma, ritornavo a fare la stagione surfistica, sia a casa, ad Haleiwa, che in California, dove mi ero trasferito per gli studi. Niente di agonistico, solo un gran bel tuffo nella vecchia passione che è tuttora il mio passatempo preferito quando non sono impegnato a suonare». E che, sempre in tema di coincidenze, gli fece conoscere una star dell'hip hop americano, quel G Love degli A Tribe Called Quest che gli aprì le porte del music
business. «Ci incontrammo per una
giornata di surf e nel giro di due giorni eravamo in studio da lui a registrare una mia canzone per il suo album. Registrai poi un demo di quattro pezzi che mi diede la possibilità di conoscere Ben Harper, una specie di padre spirituale per la mia musica».
Il primo incontro tra l'esordiente Johnson e la superstar Harper avvenne nel segno immancabile del surf, sempre in qualche modo decisivo nella vita dell'autore della hit Upside Doum. «Fu buffo. La prima volta che vidi Ben non riuscivo a capire se fosse più interessato ad andare in spiaggia a surfare o ad ascoltare le mie cose. Sembrava lì per prendere lezioni... Scherzo, in effetti con lui si è sviluppato un grande rapporto di amicizia anche grazie alla nostra comune passione per la tavola». Quella da surf, s'intende. «Se potessi tornare indietro, farei musica o surf ad alto livello? Beh, difficile dirlo. Forse farei musica nella off seasor del surf...».